Libro “Storie Elettriche”

Ormai nella vita ho capito che le occasioni vanno prese al volo quando passano, in quel momento senza farsele scappare. Quando andai al concerto delle Orme ad Assemini, comprai il libro sul prog di Massimo Forni: capii subito che era l’unico momento in cui potevo prendere quel libro. Essendo libri di case editrici piccole, i concerti sono gli unici luoghi dove trovare simili, diciamo così, rarità. E così è stato anche per il libro del tastierista degli Area, Patrizio Fariselli, “Storie elettriche”.

Infatti, dopo il bel concerto degli Area (15 agosto 2011), svolto nel suggestivo anfiteatro storico di Villanovaforru, feci un giro per le bancarelle, ricche di dvd e libri. Chiesi al venditore che tipo di libro era e mi rispose: “Un libro di aneddoti, direi simpatico”. Senza pensarci troppo, decisi di prenderlo. E se non erro, era anche l’ultima copia.

E in effetti il libro è interessante e divertente! Il libro tratta della carriera degli Area, del loro difficile inizio (ovvero nei primi tre concerti furono costantemente fischiati ma per fortuna al quarto a Pordenone furono per la prima volta applauditi), del periodo solista del Fariselli (in particolare compositore di colonne sonore per l’amico – attore Alessandro Benvenuti), dell’altrettanto difficile concerto del John Cage, dei vari esperimenti musicali e di altre esperienze. L’aneddoto più interessante, a mio avviso, è quello riguardante il famoso brano “Arbeit Macht Frei” che merita qualche riga. Si tratta dei primi minuti, quelli sperimentali, così atmosferici, intensi. L’aneddoto spiega tutte le varie fasi riguardanti il momento del gong immerso nell’acqua, dato dal Stratos. Siccome non potevano bagnare la moquette dello studio di registrazione, dovettero portare il gong e il recipiente sul tetto dello stabilimento. Registrarono il suono del gong immerso nell’acqua al momento giusto del brano ma al momento dell’ascolto ci fu una piacevole sorpresa: durante il colpo fu registrato anche il cinguettio di alcuni passerotti! Il che rendeva il pezzo introduttivo ancora più suggestivo e interessante.

In conclusione, vi consiglio questo libro se lo trovate in qualche concerto degli Area o in alternativa su internet, perché credo proprio che in un negozio sia difficile (se non impossibile) trovarlo.

Ps Facciamo un applauso ai cittadini spettatori di Pordenone che applaudirono gli Area!

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King Crimson – “In the Court of The Crimson King”

Il 10 Ottobre 1969 ci fu il folgorante album d’esordio dei King Crimson. Son passati più di quarant’anni, ma quest’album non li sente! Bastano i primi secondi del primo brano “21St. Century Schizoid Man”, per rendersi conto di quanto sia ancora moderno quest’album. Iniziava ormai in modo definitivo un leggendario genere musicale: il Progressive. E’ un album di grande importanza storica, (anche se non mi fanno impazzire del tutto il secondo e il terzo brano, forse perché li trovo un po’ prolissi, ma questi sono gusti miei personali) assolutamente indiscutibile, un album rivoluzionario che ha fatto da spartiascque tra il prima e il dopo, riprendendo in un certo senso tutto quello che era stato fatto prima (musica classica e jazz) e miscelandolo con il rock appena nato, e forse quasi senza rendersene conto, quei musicisti fecero centro e diedero inizio al progressive. Il primo brano è una vera e propria miscela esplosiva, un brano devastante come se due secoli di musica ti fossero schiaffati in faccia o meglio nelle orecchie in un attimo!

Inoltre a coronamento di quest’album, anche la copertina non è da meno: ascoltando il primo brano, i fiati e la chitarra che vanno in alto, viene proprio in mente il viso allucinato dell’uomo della copertina.

In quest’album tutti i vari membri fecero la loro grande figura; dal Fripp (storico leader) che suona la chitarra in modo alieno al Lake che canta e suona il basso in modo ineccepibile, dal McDonald che suona i fiati in modo sia tirato che soft (e che compone buona parte dei brani) al Giles che suona la batteria in modo rivoluzionario per quei tempi, cambiando la tiratura delle pelli e quindi il suono della batteria. Senza ovviamente dimenticare le stupende liriche del Sinfield. Infine, altro strumento fondamentale è il mellotron usato da McDonald e che negli album successivi fu usato da Fripp, che ne capì l’importanza.

A voi tutti buon ascolto.

Membri

Robert Fripp – Chitarra elettrica, acustica

Greg Lake – Basso, voce

Ian McDonald- Tastiere, mellotron, fiati

Mike Giles – Batteria

Peter Sinfield – liriche, illuminazioni

Barry Godber – autore della copertina

Pezzi

1)     21 stCentury Schizoid Man

2)      I Talk to the Wind

3)      Epitaph

4)      Moonchild

5)      The Court of the Crimson King

Ps purtroppo Barry Godber scomparve qualche mese dopo l’uscita di quest’album a soli 26 anni.

Suite

Ah la suite! Una caratteristica del progressive è la suite, una composizione che va dai 10 minuti fino ai 30 se non di più. La suite è una serie di brani che, ascoltati uno dietro l’altro, danno la sensazione di ascoltare un unico brano. Vi riporto la lista di quante ne ho ascoltate: “Close to the Edge” degli Yes, “Canto nomade per prigioniero politico” e “Il giardino del mago” del Banco del Mutuo Soccorso, “Supper’s Ready” dei Genesis, “Mumps” (forse la suite meno orecchiabile, non che le altre lo siano) degli Hatfield and the North, “Nine Feet Underground” dei Caravan, “Eruption” dei Focus, le quattro suite che compongono “Tales from topographic oceans” degli Yes, “Tarkus”e “Karn Evil 9” degli ELP, “Thick as a Brick” e “A Passion Play” dei Jethro Tull, “A Plague of Lighthouse Keepers” dei VanDerGraafGenerator, la bella “Moretto da Brescia dei Garybaldi, “The Gates of Delirium” degli Yes (a mio avviso, inferiore a “Close to the Edge”, ma con dei bei momenti). Menzione a parte le due suite dei Pholas Dactylus che sono proprio di un altro mondo, un mondo parallelo lugubre e tenebroso. Inoltre ho ovviamente ascoltato “Baker Street Muse” dei Jethro Tull dall’album del 75 “Minstrel in the Gallery”, suite non propriamente progressive e “Lark’s Tongues in Aspic, Part One” e la magnifica “Starless” dei King Crimson.

Niente male la suite “Grendel” dei Marillion del 1982, dove in effetti si sentono le influenze dei Genesis, ed in particolare dalla suite “Supper’s Ready”. Tuttavia dopo aver ascoltato i primi due album non mi sembra che i Marillion fossero dei cloni dei Genesis. Discorso a parte meritano le suite del prog metal (Dream Theater e Symphony-X); non sono male ma la suite nel prog-metal non trova terreno fertile, a mio avviso!

Le mie suite preferite sono “Close to the Edge”, “Nine Feet Underground”, “Starless” e “Man Erg”. E a seconda della giornata, direi anche quelle dei Pholas Dactylus.

Non tutti i grandi gruppi hanno composto una suite; ovviamente tutti si sono spinti verso composizioni di durata superiore a quella della canzone normale arrivando ai dieci minuti. Esempio significativo i Gentle Giant, o la nostra Pfm. E a mio modo di vedere non hanno fatto male; scrivere una suite è un’impresa ardua, non semplice. Scrivere una suite è come prendersi un impegno molto importante e molto rischioso. Se si esagera si rischia di diventare ridondanti e tediosi, creando un progressive che non è più tale e a tal punto si parla di regressive! E difatti non c’è scritto da nessuna parte che, se si fa prog, bisogna scrivere pezzi lunghi nove-dieci minuti se non il doppio della durata. E questo è il grande difetto che probabilmente accomuna buona parte delle band new prog sia italiane che estere: pezzi troppo lunghi che oltre a non essere belli, li allontana in maniera drastica dal grande pubblico. Peccato. E concludo: capisco che ci sia la passione per il prog da parte di alcuni siti, però non confondiamo la musica ben suonata con la bella musica. Sono due cose diverse.

Ps non ho ancora ascoltato bene l’album “Lizard” dei King Crimson dove c’è appunto la suite finale “Lizard

Libro “Progressive Italiano”

Verso la fine del 2005 comprai a Torino il libro “Progressive & Underground” di Cesare Rizzi, un libro in cui si tratta in maniera generale il prog degli anni 70 descrivendone le peculiarità nell’introduzione seguita poi dalla trattazione dei gruppi maggiori, di quelli minori e infine da alcuni gruppi italiani. Decisi di prenderlo perché non avevo ancora un libro in materia, anche se avevo visto vari siti prog. Il libro è buono, è molto utile soprattutto per rendersi conto qual’è il proprio livello di conoscenza nei confronti di tale genere. Comunque questo post non critica il libro di Rizzi (prima o poi recensirò anche il libro di Rizzi), ma quello uscito nel Luglio del 2007, “Progressive Italiano” di Alessandro Gaboli e Giovanni Ottone.

Tale libro tratta il prog italiano ed è suddiviso in tre parti: introduzione, i gruppi maggiori e i minori. Ecco qui nasce quasi spontanea la prima critica: era necessario distinguere tra maggiori e minori in un panorama così, in un certo senso, frammentario? Riporto testuali parole: “…anche questo è suddiviso in due parti complementari: una prima dedicata ai maggiori, cioè a coloro i quali hanno avuto una carriera più articolata, importante, consistente; una seconda che tratta invece gruppi meno noti, i minori, che spesso non sono pure arrivati al traguardo del secondo album.” Se una persona ha letto il libro si rende conto del grave errore che hanno commesso gli autori nel mettere tra i minori gli “Arti + Mestieri”, un gruppo composto di artisti bravi e dotati di buona tecnica che hanno fatto ben più di un album. Per esempio i Metamorfosi, I Biglietto per l’Inferno (quest’ultimo gruppo assai interessante ma in vita ha pubblicato un solo album), Quella Vecchia Locanda cosa centrano nei maggiori per i motivi detti nell’introduzione del libro? O anche gli Acqua Fragile? Perché non mettere fra i maggiori anche gli Opus Avantra, autori di due pregevoli album? In quest’ottica, sarebbe stato più logico fare un gruppone unico delle varie band!

A parte questo, il libro è fatto bene, è utile e interessante per chi si avvicina al prog italiano, grosso modo ci sono quasi tutti i gruppi di quel periodo e si scopre che molti artisti del pop odierno sono passati dalla porta del prog (come per esempio Michele Zarrillo). Le schede sugli artisti sono ben fatte anche se il giudizio, come dicono gli autori stessi, è soggettivo e alcuni giudizi lasciano piuttosto perplessi come nel caso dell’album “Roller” dei Goblin (perché solo tre pallini?) o quello un po’ troppo entusiastico dell’unico album dei Samadhi (quattro pallini e mezzo, sostanzialmente il massimo).

In conclusione il consiglio che vi do è quello di ascoltare più album possibile e leggere le non poche recensioni che circolano in Internet (e quindi i vari gusti di ogni ascoltatore che possono variare anche di tanto), il che aiuta a farsi un’idea di cosa è stato il prog italiano e il prog in generale.